Racconti di viaggio -> Rajastan
La Patagonia Niger - Emozioni di viaggio
Proverbi Tuareg Sahara mon amour

 

(Articolo tratto dalla rivista Avventure nel Mondo N 3/1990)

Lasciata Jaipur, la -città rosa., così chiamata per il colore delle sue abitazioni, dopo circa sei ore di pullman arriviamo a Pushkar nel primo pomeriggio.
E iniziata da pochi giorni questa avventura in terra indiana, e ci stiamo addentrando, dopo l'arrivo a Delhi, nel Rajasthan, stato dell'Unione Indiana posto ai confini con il Pakistan, caratterizzato dal fatto di essere in gran parte occupato dal deserto del Thar.
Infatti dopo Jàipur, capitale dello stato, il paesaggio gradualmente cambia, e, mano a mano che ci addentriamo verso l'interno, il verde lascia lentamente il posto alla sabbia, mentre compaiono i primi dromedari.
E' questo un animale molto diffuso come mezzo di trasporto, un tempo impiegato anche per i commerci verso il medio oriente, tutt'ora insostituibile aiuto alte popolazioni locali, data la sua rusticità e resistenza.

Ne incontreremo ovunque, che trasportano gli oggetti più svariati, in aperta campagna come nel centro delle città.
Lungo la strada, che nel frattempo è diventata una pista in terra battuta, si incontrano dei villaggi, di norma posti nei pressi di pozzi, a cui le donne rajastane, splendide e coloratissime, attingono acqua con delle brocche in terracotta o in ottone, che poi, sopra la testa, trasportano fino alle loro abitazioni.


Poco abituate al passaggio di rari turisti non sempre sono disposte a farsi fotografare a viso scoperto, al contrario delle nutrite schiere di ragazzini che, come vedono una macchina fotografica, ti si piazzano davanti, sorridenti e curiosi, in attesa del misterioso click.
Arriviamo a Pushkar abbastanza stanchi, ma la bellezza di questa cittadina, sacra agli induisti, ci fa dimenticare le ore di viaggio, e restiamo subito affascinati da questa piccola Benares; qui molti credenti dalle regioni circostanti convergono a pregare e a purificarsi nelle acque del suo lago. .
L'incanto del luogo fa sì che accettiamo senza problemi, dato che l'unico alberghetto è pieno, di passare la notte su di un tetto; è l'ultimo dell'anno e lo festeggeremo con un panforte arrivato fin qui, dopo un disastroso tentativo di cena in un ristorantino che, ci dicono, dovrebbe essere il migliore della città. 'Ci sistemiamo con i bagagli sul tetto e... siamo sopra il lago, piccolo specchio d'acqua circondato da costruzioni tutte rigorosamente biancocelesti, che si alternano ai 52 ghats, ovvero delle scalinate che scendono alle acque, dove i fedeli stanno facendo delle abluzioni.
Alcuni si bagnano, altri offrono dei fiori alle divinità lasciandoli galleggiare, mentre gli altoparlanti dei templi diffondono te preghiere dei bramini.

Fotografare sarebbe vietato, ma, dal nostro tetto possiamo fare qualche scatto senza essere visti.
Come ho già detto Pushkar è una città sacra: qui sorge l'unico tempio di una certa importanza in India dedicato a Brahma, il Dio creatore, il primo della Trimurti, indù, che comprende, oltre a Brahma, Vishnu, il conservatore, e Shiva il distruttore.
La leggenda vuole che Brahma, sotto le sembianze di un uccello; mentre volava alla ricerca di un posto ove fare sacrifici, passasse da queste parti tenendo un fiore di loto in bocca.

Da tale fiore caddero dei petali e da essi si formò il lago che stiamo osservando, attorno al quale si è poi sviluppatà la cittadina, che difatti, in sanscrito; significa “Fiore di loto”. Data la assoluta mancanza di strutture ricettive di un certo livello, nonché lo stato dissestato della rete stradale, fortuna- tamente Pushkar rimane al di fuori dei circuiti turistici di massa, sebbene goda di una certa notorietà per via della grande fiera annuale di dromedari, la più grande del mondo, che qui si tiene ogni anno durante il plenilunio di novembre.

La sacralità del luogo è quasi palpabile; ovunque templi, più o meno grandi; davanti ad essi quelli che in occidente sono conosciuti come “Santoni”: persone che vivono con le offerte dei fedeli, passando la vita in meditazione, senza dimora stabile, che dormono dove capita, hanno il viso tracciato con simbolismi, disegnati con estratti vegetali, per noi di non facile interpretazione, ma che hanno tutti un loro preciso significato.
Lungo le stradine si svolge la vita degli abitanti; negozietti, bancarelle che vendono un po' di tutto, ad ogni angolo ristorantini con mucchi di cibo fritto e ciapati; perché si mangia per la strada, sulla strada quasi si vive; senza grossi steccati psicologici tra dentro e fuori casa.
E poi le mucche, le trovi ad ogni passo, ti annusano, se non stai attenti ti fregano la banana che stai mangiando, frugano nei mucchi di immondizia, fanno i loro bisogni, mangiano qualsiasi cosa, di commestibile e non, riescono a trovare.
Anche l'aria che respiri è diversa. Sembrerà strano ma è così. È quasi palpabile, la senti entrare nelle narici, di certo ti affascina. L'aria, la vedi. Ti stordisce quella specie di pulviscolo che ti avvolge; e una miscela sensuale di profumi, di odori, a volte sgradevoli, di aromi, di pollini,... ne rimami inebriato. Non sai Se fuggire, rimanerne intrappolato, o respirare quanto più è possibile.
E poi i colori. Sono più colorati.


Le vesti delle donne rajastane, non puoi fare a meno di ammirarle, con i loro gioielli, buttati lì, quasi per caso, e la tika, e le polveri vegetali sui capelli... Gli occhi quasi non bastano per quanto vorresti prendere da certi momenti, la stanchezza non esiste più; l'abbiamo dimenticata a casa.
Il colore qui è più colorato; le tinte sono più forti.
I turbanti più rossi del rosso, più arancioni dell'arancio.
I baffi dei mitici guerrieri rajiput... cioè dei loro discendenti, sono... più baffi; ogni cosa, ogni sensazione ci appare più forte, più viva.

Deshnoke: una sola parola: incredibile.
Distante da Bikaner circa trenta chilometri, trenta chilometri di deserto, Deshnoke è uri villaggio famoso in India ed all'estero, per il tempio Karni Mata che vi si trova.
Come al solito ci togliamo 'le scarpe ed entriamo. Li vediamo subito, un po' ovunque; abituati alla presenza dell'uomo sembra che ci ignorino; al contrario siamo noi che, un po' intimoriti, procediamo con una certa titubanza. Man mano che ci avviciniamo all’altare, aumentano sempre più: sono dovunque, tutt'intorno a noi: ci saltellano vicino,sui piedi, sopra la borsa fotografica che per un attimo abbiamo appoggiato per terra.
Il tempio di Deshnoke è dedicato a Karni Devi, reincarnazione di Durga, è le migliaia di topi che lo abitano sono considerati sacri.
Essi vengono nutriti con delle grandi ciotole, proprio sotto l'altare, dai fedeli che si inchinano poi per baciarli, e che li trattano sempre con grande venerazione.
Secondo la tradizione indù, si ritiene che tali topastri ospitino le anime di bardi, ovvero poeti erranti, particolarmente devoti alla Dea, che, dopo aver passato una vita sotto le sembianze di topi nel tempio, si reincaneranno come esseri umani nella vita successiva.
Per noi occidentali, che abbiamo una forma mentis basata su categorie mentali razionali e logiche, è pressoché impossibile cogliere le motivazioni di un comportamento che ci sfugge del tutto.
Non ci resta che osservare ciò che accade attorno a noi; attenti ad evitare di assurgerci a giudici ed arbitri di uno stile di vita, di una filosofia direi, di cui non siamo assolutamente in grado di capire meccanismi.

 


Di sicuro lo spettacolo in cui siamo,immersi è per molti aspetti scioccante, e se per un certo verso se ne rimane colpiti, per un altro aleggia in molti un senso di ripugnanza e repulsione.
E, a dire il vero, una consistente parte del gruppo, costituita da rappresentanti del gentil sesso, nonostante la buona volontà. non è riuscita a superare il primo impatto con questa moltitudine di topi saltellanti che ti squittiscono intorno, senza considerare poi il fetore che tali deliziosi animaletti emanano. Rimaniamo in tale atmosfèra forse mezz'ora, forse più, un po' intenti a fotografare uno spettacolo che sì, ci aspettavamo, ma che non è possibile immaginare nella sua realtà vissuta; peraltro siamo anche affascinati da quella che ai nostri occhi potrebbe essere considerata una esplosione di pura irrazionalità, ma che per gli induisti che frequentano il tempio è solo un aspetto della loro fede.


Jaisalmer: è senz'altro il top del viaggio anche dopo molti giorni di permanenza credo sia impossibile annoiarsi a rimirare questa città nel deserto, i suoi abitanti, la sua fortezza.
Sentiamo a questo proposito la descrizione che ne dà P. Verni nella sua “Guida all'India”: È una specie di miraggio che appare tra le sabbie del deserto del Thar...
Jaisalmer si trova nella parte più occidentale del Rajasthan, quasi ai confini del Pakistan, ed è una città di rara bellezza e magia.
Costruita interamente con una particolare pietra dai colori rosso-rosati, questa città regala al viaggiatore un'atmosfera misteriosa e surreale la cui potenza è amplificata dal fatto di trovarsi al limite del deserto.
In certi momenti sembra di essere nelle pagine del libro di Buzzati “Il deserto dei tartari” e non stupirebbe vedere camminare nelle vie di Jaisalmer il comandante Drolo e gli altri abitanti della sua enigmatica guarnigione.
Passeggiare tra le sue stradine, cogliere l'atmosfera del deserto tutt'intorno, ammirare la vita.che scorre con dei ritmi che ci sono estranei... vivere la realtà di quest'India, non da turista distratto e superficiale, ma da viaggiatore appassionato, con la volontà non tanto di vedere ma soprattutto di capire.


Jaisalmer non è come le altre città; è una città-merletto, direi, uscita dall'opera paziente dei suoi abitanti che hanno lavorato la pietra, e continuano a farlo, con la stessa abilità con cui le nostre nonne ricamavano i centrotavola.
Le Haveli, questo è il nome delle abitazioni dei ricchi mercanti dei secoli scorsi, sono da cima a fondo un incredibile intarsio; le finestre, i balconi, le scale, tutto appare come una filigrana in pietra che continua a stupirti, e non abbasseresti mai lo sguardo da simili capolavori.
Isolata nel mezzo del deserto del Thar, la città fu un tempo prospera e ricca, grazie ai traffici carovanieri che si svolgevano tra il subcontinente indiano e l'occidente.
Con la creazione della frontiera con il Pakistan in seguito alla nascita di quest'ultimo stato nel recente dopoguerra, e la relativa interruzione di tale via di comunicazione, Jaisalmer ha perso la sua importanza strategica, ed anche il numero dei suoi abitanti è andato gradualmente scemando. Attualmente la città rimane praticamente isolata dal resto del paese, e solo la presenza di importanti basi militari, dati i rapporti tutt'altro che amichevoli dell'India con il Pakistan, ha consentito negli ultimi tempi una certa ripresa.
Ed è stridente il contrasto tra i moderni caccia supersonici che sfrecciano.
bassi a sorvegliare una frontiera calda, che ha già visto due conflitti indo-pakistani, ed un modo di vivere che per molti aspetti è rimasto inalterato, por subendo un naturale maquillage esteriore, da secoli a questa parte.

Difatti quaggiù, entro le mura de "La roccia di Jaisal” questo il significato del nome della città, sulle dune di sabbia, o tra le rovine dei cenotafi, i pochi simboli di un progresso, che appare tuttavia sempre più inarrestabile, sono dati da alcune automobili, fuori le mura della città vecchia, e dai fili della corrente elettrica che, mi dicono, è arrivata fin qui solo da pochi anni.
Poi, dopo Jaisalmer, proseguendo in questo splendido e facile viaggio, Jodhpur con il suo incredibile bazar, Ml Abu ed i templi Jainisti in marmo bianco finissimamente intarsiati, Udaipur con il romantico Lake Palace che sembra galleggiare sulle acque del lago Pichola... i ricordi e le sensazioni si accavallano... India, non dubitare, ci rivedremo. .

Postfazione:

Sono tornato varie volte in India….a distanza di circa 15 anni ho rivisto Jaisalmer: come dovunque la globalizzazione, questo mostro tentacolare da cui apparentemente nessuno sfugge, lascia considerevoli impronte al suo incedere….. anche in quella cittadina sul deserto del Thar.
Il fascino rimane sempre, seppur con numerosi “Internet cafè” e tanta meno genuinità negli abitanti, oramai avvezzi a gruppi di turisti che vi arrivano…..

Ed ogni volta mi domando quale è il punto in cui la comprensibile e giusta aspirazione allo sviluppo, non finisca per diventare una differente e più angusta gabbia in cui solo un miraggio e un’illusione fingono di dare maggiore serenità e falso benessere…..

Sempre mi domando quanto labile sia il confine tra il miglioramento delle condizioni di vita e la perdita di una identità tramandata per generazioni…..

Enrico Dionisi