Racconti di viaggio -> Sahara Mon Amour
La Patagonia Rajastan
Proverbi Tuareg Niger - Emozioni di viaggio

 

Un modesto tributo al Sahara, ai luoghi ed alle genti che lo abitano

attraverso alcuni scritti

Mano Dayak, Tuareg dell’Air, figura conosciutissima tra le sue genti,
è stato uno dei capi della rivolta Tuareg degli anni 90 ed uno degli artefici della pace in Niger.
E’ scomparso in un misterioso incidente aereo nel dicembre 1995

(Il brano che segue, è tratto da “Sono nato con la sabbia negli occhi” Ed. Piemme)


Il deserto non si racconta, si vive.
Come trovare allora le parole per esprimere questa passione che il nomade prova per il suo deserto? Per quanti non ci hanno vissuto, esso appare come un grande spazio vuoto, mentre per noi è infinitamente vivo.
Come spiegare questo amore che noi portiamo a questo ambiente così arido e difficile?
L’uomo e sempre profondamente segnato dalla terra che abita.
Tutta la sua personalità è plasmata all'immagine di questa terra. In questo, il deserto rimane 1'esempio più perfetto di questo adattamento, di questa integrazione dell'uomo al suo ambiente. A immagine della terra che abita, il Tuareg ha saputo farsi umile per sopravvivere, ma anche austero e forte per difendersi.
Egli sa che per sopravvivere deve adattarsi al deserto, capirlo, ascoltarlo, in quanto il deserto sarà sempre più forte dell'uomo. Per viverci occorre dunque tanto la semplicità quanto il coraggio.
Il deserto è per me straordinariamente bello e puro e, al tempo stesso, sconvolgente e magico.
Ogni volta che mi ritrovo di fronte al deserto, esso mi trascina in questo commovente viaggio in me stesso dove si scontrano i ricordi nostalgici, le angosce e le speranze della vita.
È il deserto che mi ha insegnato questa comunicazione con l'infinito misterioso.
(….)
Per noi nomadi, non esiste niente al mondo di più commovente, di più appassionante di una carovana che avanza sinuosa tra le sabbie; niente di più commovente che la poesia di un accampamento nomade al calare della notte, quando i fuochi si accendono e le greggi rientrano. Questa ora sacra durante la quale le dune e il cielo fondono i loro colori infiammati dal sole che tramonta.
Cosa può desiderare di più un uomo quando ha il privilegio di addormentarsi ogni sera sotto un cielo amico, un cielo punteggiato da parecchi milioni di stelle che si sono accese per illuminare i suoi sogni?
Per noi nomadi il deserto è una passione profonda e assoluta, immagini che neppure la morte può avere il diritto di toglierci un giorno.
Il deserto sembra eterno a colui che lo abita e offre questa eternità all'uomo che saprà essergli fedele.
MANO DAYAK


 


“ Tuttavia abbiamo amato il deserto.
All’inizio sembra fatto di nient’altro che vuoto e silenzio; ma solo perché non si dà agli amanti di un giorno….il deserto per noi era ciò che nasceva in noi. Ciò che noi apprendevamo in noi stessi”.

Ci siamo nutriti della magia delle sabbie; altri forse vi scaveranno i loro pozzi di petrolio e si arricchiranno dei loro commerci. Ma saranno venuti troppo tardi: perché i palmeti proibiti o la polvere vergine delle conchiglie ci avranno regalato la loro parte più preziosa. Offrivano solo un’ora di fervore: e siamo noi che l’abbiamo vissuta.
(Antoine de Saint-Exupery)


Il deserto resterà sempre fertile, almeno per quanto riguarda gli imprevisti. Non sarà mai un paese di orari troppo precisi o di programmi troppo coordinati
“Quante volte il viaggiatore del deserto, che si avventura nel cuore del nulla, trova la sua consolazione nella bellezza dei cieli, nella corsa delle nuvole(…), nella scintillante cupola delle notti!!”

“Il deserto vi leviga l’anima….Il deserto non è compiacente. Scolpisce l’anima. Concia il corpo….Il deserto è bello, non mente, è pulito. È il sale della terra.”

“Si prova rispetto per questi paesaggi intatti, che non ci hanno domandato nulla, che farebbero volentieri a meno della nostra presenza e che sono là comunque, semplicemente maestosi”
(Theodore Monod)


“Perché nel deserto mi è successo il contrario che nella città. È cioè, mentre nella città, così vitale, con la sua folla, il suo movimento, le sue luci, mi dà un’impressione di morte; il deserto che è sinonimo di morte, riesce in qualche modo a ispirarmi un’impressione di vita. Così mentre nella città la vita sembra continuamente assume sembianze di morte; allo stesso modo, nel deserto, la morte a ogni momento pare simulare la vita” (da “Lettere dal Sahara” di Alberto Moravia, 1980)

 

“il Sahara, il grande padre che si prende ciò che gli appartiene.
Viaggiamo da dieci minuti… e siamo già in mezzo al vuoto.
Quando manca l’orizzonte, quando tutto è piatto, soffice, monocolore e l’area è silenziosa, si perde il senso delle proporzioni.
Un ciottolo a venti metri di distanza sembra un masso sotto il quale potersi riposare e godere un po’ d’ombra e ti convinci di poter salare con un balzo una duna di cento metri.
…….Ora il vento sfiora solo i miei occhi e le mie mani, e il sole è respinto dai trentatré strati di tessuto verde.
Ma il pensiero persiste: vuoto.
È un pensiero terribile eppure piacevole.
L’idea di sfidare la natura e nel contempo di essere alla sua mercè mi rende euforico.”
(da “Vado verso il Capo:13.000 km attraverso l’Africa” di Sergio Ramazzotti, Feltrinelli, 2002).

“L’arrivo ad Agadez fu emozionante…..era pieno di botteghe e mercatini all’aperto, e c’erano tante automobili e donne e bambini che si aggiravano senza sosta in un dedalo di viuzze…
…………...Non appena entravamo in un villaggio, ecco che subito arrivavano i ragazzini.

Si affollavano tutti insieme attorno alla macchina, tanto che certe volte non riuscivo neanche ad aprire lo sportello, poi, una volta fuori, mi seguivano ovunque, chiedendomi senza sosta di dargli qualcosa. < Monsieur, cadeau! Cadeau! > gridavano tendendo le mani.
< Sono famoso in tutta l’Africa..> scherzava Henri <Ovunque vado mi cercano. Peccato che tutti credono che il mio nome sia Monsieur Cadeau!!>
………....Quando attraversavamo un villaggio, avevamo la sensazione di entrare nella vita stessa di quel luogo, di osservare dall’interno, senza farne parte, la vita di ciascuna famiglia…capanne con tetti di paglia e sottili pareti di fango, donne che lavorano nei campi, madri che cullano i loro bambini, qualche uomo che dormiva sotto il sole….tutto scorreva davanti ai nostri occhi come immagini animate di un quadro vivente…”
(da “Africa solo” di Kevin Kertsecher, Tea,2002)


.”Vedere all’orizzonte il minareto di Agadez è sempre per me un momento emozionante.
La prima volta fu più di vent’anni fa.
(…)
Finalmente ecco apparire lontana una torre, irta di travi su cui stavano appollaiati gli avvoltoi.
Cosi fummo nella città bellissima e intatta, con le sue vie in cui entrava il deserto con lunghe lingue di sabbia, le basse case armoniose, visibili e nello stesso tempo invisibili, colore della sabbia, l’affollato mercato dove le merci erano ancora africane: scodelle di legno, zucche tagliate a metà, seccate e dipinte, stuoie, mazzi di fruste, un fabbro che batteva un ferro rovente per farne una punta di lancia, donne splendide e flessuose coperte di monili d’argento, una piccola giraffa che in un recinto, fra le ginestre, mordicchiava un fiore offerto da un bambino.
E alto sulla città l’antico m minareto di terra, fango sabbia e paglia, colle travi di palma (un tondino di ferro ante litteram) a sostenerlo.
(Cino Boccazzi)

AGADEZ….

Agadez è rosa di sabbie
Appassita dai centomila soli,
il suo minareto non ha uguali
che proclama nella luce:

“Quaggiù tutto non è che sonno
nei cicloni di polvere
si affollano i nostri sogni perversi
ma tutto ritorna al deserto”

Come linee della mano

Sono le piste della solitudine

quale oasi vedrà domani

Il riposo delle nostre inquietitudini?

Le carovane ansiose

Vanno da Agadez al Tenerè

La via lattea silenziosa

La notte le guarda passare

E di giorni i cammelli senza numero

Al deserto portano la loro ombra

Poiché tutto bisogna portarvi.

Nelle oasi blu, indulgenze

Rimorsi del deserto puritano

I cammellieri cantano e danzano

Oblio di ieri e di domani

Vanità della penitenza.

La pista si traccia e si cancella

A quale proseguimento del vento

Te ne vai straniero che passi?

Sai tu la dimensione del tempo

E la dimensione dello spazio?

Noel Santoni - 1964 -


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